Make love, not war! di Paola Rambaldi
Autunno 1970. Entrambi andavamo a scuola a Portomaggiore, 15 anni io e 14 lei. Non le piacevo per niente, credo, senza una ragione particolare. Giungeva ogni mattina di corsa sul primo binario alle sette, appena in tempo per saltare al volo sul predellino del treno in movimento: capelli biondi tagliati corti e grandi occhi verdi con sopracciglia depilate che le davano un espressione perennemente sorpresa. Io la sbirciavo mentre passava tra le panche in legno del nostro scompartimento e nella sala d’aspetto con le amiche. Loro alle prese con la Settimana Enigmistica a ridere e fare più baccano di noi maschi, che restavamo ad accanirci sull’unico distributore di gadget, che svuotavamo con gettoni di plastica al posto delle cento lire. Quando gli addetti se n’erano accorti, non l’avevano più rimpiazzato.
Quel giorno ci eravamo incontrati davanti ad una tazza di caffè al bar della stazione, ed era stata lei a propormi di andare a sentire un po’ di musica a casa sua. I suoi le avevano appena regalato un nuovo giradischi. Abitava sopra al Bar Centrale nella Piazza del paese. Per l’occasione avevo acquistato l’ultimo disco di Battisti, Emozioni che conteneva una canzone col suo nome, Anna.
Quando l’apriporta era scattato ero salito col cuore in tumulto, facendo i gradini a due a due. Lei mi aveva accolto in cucina con due lattine di Oransoda fresche di frigo e, mentre bevevo appoggiato allo stipite, si era seduta sul tavolo ondeggiando pensosa le lunghe gambe. I genitori lavoravano nel bar di sotto fino a tardi.
“…Un caffè?” Non ne avevo voglia, ma avevo accettato. “Zucchero?”
“Quattro cucchiaini, grazie…” Aveva sgranato gli occhioni verdi. Non ci facevo una gran figura con tutto quello zucchero. Dopo l’avevo seguita nel corridoio ingombro di casse di birra e sacchi di caffè fino alla sua camera, dove avevo sfoderato il disco di Battisti.
Lo aveva soppesato compiaciuta. “C’è la tua canzone!…”
“Lo so!” Aveva sorriso mordicchiandosi il labbro superiore e trattenendomi affettuosamente per un gomito e io mi ero dovuto stirare la camicia sui calzoni, augurandomi che non si notasse troppo la mia contentezza. La prima canzone era partita mentre buttavo giù una generosa sorsata di caffè. Era pessimo, ma avevo finto di apprezzarlo molto.
Hai ragione anche tu, cosa voglio di più… la mattina c’è chi mi prepara il caffè, questo io lo so… cosa voglio di più… cosa voglio… Annaa… Voglio Annaaaa
L’ultima frase l’avevo cantata sottovoce, guardandola negli occhi, e lei si era avvicinata per passarmi un braccio dietro la schiena. Aveva labbra morbide e la bocca sapeva di caffè e Oransoda. Ci eravamo abbracciati frugandoci goffamente i vestiti.
I jeans stretti mi dolevano. Dopo era arrivato il turno della canzone che dava il titolo al disco…
Uscir nella brughiera di mattina dove non si vede a un passooo…
Era una vera mazzata di romanticismo e ne avevamo cantato qualche brano insieme, baciandoci.
Mi ero fatto coraggio e avevo sollevato con gentilezza la gonna per accarezzarla cauto. Quando mi ero assaggiato le dita avevano un sapore indefinito che lasciava sul palato una sensazione di frutta acerba. Nel sorprendermi, mi aveva chiesto se sapevo cosa dovevo fare e io avevo dovuto confessare di non essere molto pratico.
Aveva alzato le spalle e per sciogliere ogni dubbio mi aveva aiutato a sbottonare i jeans. Il disco era già arrivato a Motocicletta, la mia preferita
…Io sono un disperato… perché ti voglio amaree… Perché ti voglio amareee… Stanotte! Adesso… si!… Mi basta il tempo di morireee… tra le tue braccia cosììì…
Aveva il petto piatto come il mio e il ritmo della canzone mal si adattava ai nostri movimenti; coi pantaloni calati che mi erano di ostacolo e la gonna di lei tirata su fino al collo, avevamo la stessa disinvoltura di due concorrenti alla corsa dei sacchi.
Tra una canzone e l’altra c’era stata una breve pausa che ci aveva sorpresi a fare un fracco di rumori e nella concentrazione di prodigarmi a fare cose per lei, non riuscivo ad apprezzare quello che lei stava facendo per me. Eravamo andati avanti così per un po’ senza grandi progressi, riascoltando il disco un’infinità di volte, fino a che lei aveva detto:
“Forse sarebbe meglio procedere…”
Quelle parole erano suonate comiche, ma mi avevano tolto dall’incertezza; così appena si era sistemata meglio sul letto le ero tornato sopra. Aveva sorriso per incoraggiarmi e io incredibilmente avevo trovato abbastanza in fretta la posizione giusta e quando ero ripartito avevamo trattenuto il respiro.
Affondando avevo detto una parolaccia e lei ne aveva gorgogliata una più grossa, prima di scoppiare a ridere. Provavo una sensazione curiosa, ma finalmente capivo di cosa parlavano tutti quanti. Ci eravamo fermati all’improvviso, sudatissimi, e le avevo chiesto cosa provava.
“È strano… ma mi piace!”
Si era aggrappata a me ancora una volta raccomandandosi di avvertirla quando sarebbe arrivato il momento, che non era tardato molto. Avevo appena fatto in tempo a dire “Ora…” e ci eravamo abbracciati. Avevamo spento il giradischi prima che ricominciasse daccapo Anna ed eravamo rimasti a scaldarci sotto alle coperte.
“È successo…” aveva sospirato lei. “E io che pensavo di esserti antipatico…”
“E infatti lo sei!” aveva detto, tirandomi un pugno nel petto. Solo allora mi ero guardato. Avevo strisce di sangue rappreso dappertutto.
Quando mi aveva accompagnato alla porta era già tardi.
“Mi penserai stasera?” aveva chiesto d’un fiato.
“Non credo che riuscirò a dormire…” anche perché sotto al jeans mi sembrava di essere appena stato scorticato.
“Non abbiamo nemmeno ascoltato il lato B…”
“Possiamo sempre farlo domani…”
“A domani allora!”
Fuori era buio e aveva appena cominciato a piovere. L’insegna del Bar Centrale era già accesa e dalla vetrata aperta un aroma misto di caffè e sigaro si mescolava all’odore del marciapiede bagnato e al profumo dell’Avon che adesso impregnava i miei vestiti. Col bavero della giacca sollevato ero corso verso casa e quando ansimante avevo salito a due a due i gradini che portavano al mio appartamento mi sentivo il padrone del mondo.
